Cantieri dello Spirito 2017


I cantieri dello Spirito hanno proposto quest’anno l’incontro con la vicenda di GianLuca Firetti.

Gianluca Firetti, giovane di Sospiro (Cremona), nell’estate del 2012 deve affrontare un osteosarcoma che lo costringe ad abbandonare il calcio, ma non la scuola. Nei due anni e mezzo della malattia rilegge, con gli occhi della fede, la sua storia di dolore e la trasforma in dono per tutti. Muore il 30 gennaio 2015. Per le Edizioni San Paolo, negli ultimi giorni della sua vita, scrive Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, un testamento nel quale si racconta e provoca, soprattutto i giovani, a una vita bella, nello spirito del Vangelo. La sua testimonianza si diffonde con semplicità, è viva più che mai e parla attraverso gli incontri, in TV, alla radio, sui giornali nazionali e locali. I suoi amici, in un anno, hanno percorso quasi 20.000 chilometri per tutta l’Italia.

Nelle due giornate dei cantieri, abbiamo incontrato don Marco, Emmanuele e Riccardo, che hanno accompagnato gli ultimi mesi della vicenda di Gianluca, e di questo percorso fatto insieme, ci hanno lasciato una coinvolgente testimonianza.

Dopo qualche settimana da quell’incontro, ci hanno inviato due lettere, indirizzate agli alunni dell’Elvetico che hanno incontrato in quei giorni. Le regaliamo a chi vuole ritornare alla forza del messaggio di quei giorni.


Carissmi ragazzi,

sono passate alcune settimane da quando il don, Ema ed io siamo stati nella vostra bella scuola a portare la testimonianza di Gian, ma nel mio cuore è rimasto e rimane vivo il ricordo di quei momenti.

Premetto che, con queste poche righe,  la mia intenzione non è quella di intristirvi o di ergermi come “insegnante di vita” (non sono nessuno per farlo), ma di condividere con voi alcune riflessioni che penso possano parlare alla storia di ciascuno.

Durante la condivisione sono emersi alcuni interrogativi che hanno toccato corde sensibili della nostra vita, invitandoci a riflettere sul reale significato del nostro essere e su come rendere migliore la nostra presenza in mezzo agli altri.

Mi accorgo ahimè che troppe volte ci troviamo nella condizione di vivere con eccessiva leggerezza, disinteressati al dolore ed alla malattia delle tante persone che soffrono, convinti di essere intoccabili e perennemente nella condizione di comportarci come ci piace, felici e lontani da quel “mondo” che non vogliamo vedere, ma che c’è e si fa sentire.

Come diceva Gian, la vita non è solo rose e fiori. Tutti possiamo sperimentare su noi stessi, vedere sui nostri cari ciò che non vorremmo accadesse proprio a noi, proprio a loro, proprio ciò che teniamo a distanza di sicurezza dal nostro “mondo” perfetto.

E’ da questa consapevolezza che deve nascere da ognuno di noi il desiderio di essere persone AUTENTICHE, capaci di vivere ogni momento con l’intensità dell’ultimo, in grado di mettersi a servizio dell’altro, di allontanare l’idea comune per cui tutto ruota intorno a noi, di fare spazio per i fratelli e soprattutto di far entrare DIO nella nostra vita, riconscendolo come Assoluto e vero nucelo.

Gian l’aveva capito e messo in pratica; Gian è vincitore, non vinto.

Sarebbe bello che ognuno provasse, come amava ripetere Giovanni Paolo II, a FARE DELLA PROPRIA VITA UN CAPOLAVORO!

Vi lascio allora con questo augurio che viene dal cuore, un augurio per la vita!

                                                                            Riccardo

 

Ciao ragazzi, come state?

Da ormai due settimane sono tornato in Inghilterra. In quelle due settimane passate a casa per le vacanze di Pasqua, ho fatto cinque testimonianze, tutte a ragazzi della mia/vostra età. I “cantieri dello Spirito” sono stati i primi due incontri dopo una lunga pausa e come in tutte le cose dopo una lunga pausa, nascono dubbi, incertezze e perplessità. Perché parlare a ragazzi della mia età di cose così strane, di storie che, diciamocelo, sono abbastanza lontane dal mondo che siamo abituati a vedere e a conoscere? Ma soprattutto perché loro dovrebbero ascoltare un ragazzo che, forse anche con un po’ di presunzione, pensa di aver capito qualcosa dalla vita e dalla morte di un suo coetaneo? Che cazzo gliene fregava a loro?  

Tornando a casa in macchina quel martedì, tutte quelle seccanti ma vere domande mi hanno fatto ripensare alla mia vita. Sinceramente la risposta alle ultime due domande non la conosco, ma so molto bene quella alla prima. La so perché l’ho sperimentata. A settembre prima di partire per l’Inghilterra andai con don Marco a trovare un ragazzo poco più grande di me in ospedale. Lui soffre di una distrofia muscolare molto forte, non può camminare e muove a fatica le braccia. Uno di quei giorni dopo essere usciti dalla clinica, il don mi disse: “Noi non ce ne rendiamo conto, ma un ragazzo che vive in quelle condizioni fisiche è costretto a farsi una vita sua, a costruirsi il suo mondo”. E’ proprio così, anche lui come Gian e altre mille persone malate o in difficoltà, ha dovuto dire addio alla sua vita e ai sui sogni, almeno per ora, per dare il benvenuto a medicinali, pannolini, medici e infermieri. Pensandoci bene però quello a essersi costruito il mondo non è lui, ma siamo noi. Siamo noi che ci siamo costruiti un mondo dove tutte quelle situazioni non esistono e quando esistono, le evitiamo. Il problema è che queste storie non sono poi così strane o così lontane, ed è buffo, ma seppur evitiamo il mondo dell’ospedale e continuiamo a vivere la vita secondo come ce la siamo prefissata e immaginata, nella nostra quotidianità e illusorietà, non saremo mai davvero felici, almeno, io non lo sono mai stato. 

Giunti a questo punto mi piacerebbe tanto dare una ricetta a tutti quelli che, dopo le testimonianze, mi chiedevano consigli su come affrontare circostanze della loro vita o su come provare a essere davvero felici. Ci ho riflettuto parecchio e fino a poco tempo fa non avrei saputo cosa rispondere, ma adesso in parole povere mi viene da dire: “Cari ragazzi, tutto quello che facciamo, facciamolo per Amore, perché qualunque sia quella cosa e comunque vada, se l’avremmo fatta con e per Amore, penso che ci renderà felici.”

Un abbraccio a tutti.

Emanuele